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Domenico, 2 anni e mezzo, sta morendo per un trapianto fallito al Monaldi di Napoli causa ghiaccio secco obsoleto. La madre Patrizia, simbolo di dignità incrollabile, chiede verità contro l'incuria ospedaliera.
Domenico, 2 anni e mezzo, sta morendo per un trapianto fallito al Monaldi di Napoli causa ghiaccio secco obsoleto. La madre Patrizia, simbolo di dignità incrollabile, chiede verità contro l'incuria ospedaliera.
C’è un bambino che molto probabilmente non vedremo più correre nei corridoi di un ospedale, con il pigiama troppo grande e gli occhi spalancati sul mondo. Domenico aveva due anni e mezzo, veniva da Napoli e aspettava un cuore nuovo come si aspetta l’alba dopo una notte interminabile. Quel cuore è partito da Bolzano, simbolo di solidarietà fra sconosciuti: una famiglia distrutta ne ha donato uno per provarne a salvare un’altra. Invece, lungo il viaggio tra sale operatorie e reparti di cardiochirurgia, qualcosa si è spezzato: non solo un organo, ma un patto di fiducia.
Le ricostruzioni parlano di un organo trasformato in un blocco di ghiaccio, danneggiato dall’uso di ghiaccio secco, una pratica superata da anni nelle linee guida per la conservazione dei cuori da trapiantare. Non un dettaglio tecnico, ma l’anello decisivo di una catena di errori che coinvolge l’ospedale Monaldi e la struttura di Bolzano da cui il cuore è partito. Un cuore “bruciato”, reso inutilizzabile proprio da chi avrebbe dovuto proteggerlo come la cosa più preziosa del mondo.
E mentre le commissioni d’inchiesta si interrogano su procedure, box sbagliati, responsabilità incrociate, Domenico è lì, sospeso tra la vita e l’addio. I medici hanno scelto di non accanirsi oltre, di accompagnarlo con dolcezza verso la fine, evitando altre sofferenze a un corpo già provato. Ma come si può accettare che un bambino di quell’età, già messo alla prova dalla malattia, sia stato tradito dall’incuria e dalla mancata formazione di chi maneggia organi e destini? Questa non è solo una tragedia familiare: è una ferita inferta all’intero sistema sanitario.
In questa scena di dolore composto brilla la figura di Patrizia, la madre. Nessun clamore, nessuna frase urlata davanti alle telecamere. Patrizia sceglie un altro registro: quello della dignità. Sta in piedi quando chiunque crollerebbe, tiene la voce bassa ma ferma, affida a poche parole il suo grido: può un cuore donato essere distrutto così? Non cerca vendetta, pretende risposte. Ogni volta che ripete il nome di suo figlio, restituisce a questa storia un volto, impedendo che Domenico diventi soltanto “il caso del cuore bruciato”.
Accanto a lei c’è Antonio, il padre. Parla poco, quasi nulla. Il suo linguaggio sono le mani intrecciate a quelle di Patrizia, la presenza costante in reparto, lo sguardo che segue il figlio e allo stesso tempo sembra chiedere conto a un mondo intero. È in questo silenzio che si misura il peso di ciò che è accaduto. Una coppia qualunque, improvvisamente spinta al centro di una vicenda che mette a nudo le fragilità e le omissioni di strutture considerate di eccellenza.
Perché di questo parliamo: non solo di un errore, ma di più passaggi sbagliati. Protocolli non aggiornati, ghiaccio secco usato dove non dovrebbe più esserlo, personale che – secondo le prime ricostruzioni – non avrebbe completato percorsi formativi essenziali per gestire trapianti così delicati. È la fotografia di una sanità che, in alcune sue pieghe, arretra, rinuncia ad aggiornarsi, sottovaluta il rischio. E quando la posta in gioco è la vita di un bambino, ogni negligenza diventa intollerabile.
Ora tutti parlano di indagini interne, di commissioni regionali, di fascicoli aperti in Procura. Ma Patrizia e Antonio non avranno indietro il loro bambino. Non ci sarà risarcimento capace di riempire la stanza che resterà vuota, il letto che non verrà più disfatto, i giochi che nessuno toccherà. L’unico linguaggio possibile, davanti a una morte così, è quello di una giustizia rapida e severa: sospensioni, processi, responsabilità personali e istituzionali chiarite fino in fondo, senza zone d’ombra.
La storia di Domenico ci obbliga a porre una domanda brutale ma necessaria: quanti altri errori nascosti, quanti “quasi incidenti” si consumano lontano dai riflettori? Quante volte la formazione del personale viene vissuta come un fastidio, un orpello burocratico, invece che come l’unico argine all’irreparabile? Se da questa tragedia non nascerà un cambio di passo reale – protocolli rivisti, controlli stringenti, corsi obbligatori e verificabili – allora avremo tradito ancora una volta la memoria di quel bambino.
Patrizia, con il suo dolore trattenuto, sembra dirci proprio questo: non fate che Domenico sia solo una notizia di qualche giorno. Lasciate che il suo nome resti scritto accanto a una riforma, a una legge, a una procedura che non permetta più a un cuore donato di diventare un blocco di ghiaccio inerte. La dignità di questa madre e la compostezza di questo padre sono oggi la coscienza scomoda del Paese. Sta a noi decidere se ascoltarla.
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