Milano, inchiesta urbanistica: la Procura chiede la confisca della torre di via Stresa

"È un mostro giuridico spacciato per ristrutturazione". Le difese replicano: "Norme applicate per quarant'anni".

(Prima Notizia 24)
Giovedì 02 Aprile 2026
Milano - 02 apr 2026 (Prima Notizia 24)

"È un mostro giuridico spacciato per ristrutturazione". Le difese replicano: "Norme applicate per quarant'anni".

Entra nel vivo il primo processo sulla gestione urbanistica del capoluogo lombardo. La pm Marina Petruzzella, al termine di una lunga requisitoria, ha chiesto la confisca della "Torre Milano" di via Stresa, un grattacielo di 83 metri che la Procura definisce uno "scempio territoriale intollerabile".

Secondo l'accusa, l'opera sarebbe stata realizzata violando le norme nazionali inderogabili su altezze, volumi e distanze, trasformando quella che doveva essere una "nuova costruzione" in una semplice "ristrutturazione edilizia", definita in aula un vero e proprio "mostro giuridico".

La Procura contesta duramente il percorso autorizzativo seguito tra il 2017 e il 2019. L'edificio è stato realizzato tramite una "super-Scia", evitando il permesso di costruire e, soprattutto, l'approvazione di un piano attuativo. Questo strumento, prescritto dalle leggi nazionali del 1942 e del 1967 per edifici di tale portata, sarebbe stato necessario per bilanciare il carico urbanistico con servizi pubblici quali verde, scuole e parcheggi, totalmente assenti nel progetto secondo i pm.

La pm ha sottolineato come la torre abbia raggiunto altezze tre o quattro volte superiori agli edifici circostanti, recuperando volumi da seminterrati abusivi condonati per trasformarli in attici di lusso, con un enorme vantaggio economico per i costruttori.

Un altro pilastro dell'accusa riguarda il "finanziamento occulto a favore dell'operatore edilizio". La Procura sostiene che gli oneri di urbanizzazione siano stati pesantemente sottostimati, utilizzando tabelle comunali del 1997 mai aggiornate.

La "monetizzazione degli standard" – il pagamento di somme al posto della cessione di aree pubbliche – sarebbe stata concessa senza i presupposti di legge, causando un danno patrimoniale al Comune stimato in oltre 1,2 milioni di euro. "La stessa torre nel deserto del Sahara non vale", ha evidenziato la pm, spiegando che il valore dell'immobile deriva dai servizi e dalle dotazioni della città che la collettività ha pagato al posto dei privati.

Le difese, che inizieranno le arringhe il 29 aprile, sostengono invece l'esistenza di un "diritto vivente granitico" che per quarant'anni ha permesso di edificare senza piani attuativi in aree già urbanizzate, il cosiddetto "lotto intercluso".

Secondo i legali e i consulenti dei costruttori Rusconi e dei dirigenti comunali coinvolti, le procedure seguite erano prassi consolidate e conformi alle delibere regionali e comunali.

La sentenza, attesa entro l'estate, rappresenterà un precedente fondamentale per le numerose altre indagini che stanno scuotendo il settore immobiliare milanese, definendo una volta per tutte i confini tra rigenerazione urbana e rispetto della legalità urbanistica.


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