Eccellenze Italiane. Dante Maffia racconta la violenza quotidiana.

Appena fresco di stampa l’ultimo libro dello scrittore e poeta calabrese Dante Maffia, “Il suicidio. Lo stupro e altre notizie”, dove la poesia scava nella luce della cronaca nera.

di Pino Nano
Giovedì 12 Febbraio 2026
Roma - 12 feb 2026 (Prima Notizia 24)

Appena fresco di stampa l’ultimo libro dello scrittore e poeta calabrese Dante Maffia, “Il suicidio. Lo stupro e altre notizie”, dove la poesia scava nella luce della cronaca nera.

“La poesia -dice il grande poeta calabrese- non ha bisogno della prima pagina dei quotidiani, né di battiti di mani; non è il sogno della cronaca. Preferisce radure, vecchi campanili e marine”.

Che emozione, e soprattutto che gioia immensa, che classe. Dante Maffia si riconferma un monumento della poesia italiana, un poeta unico nel suo genere, controcorrente, politicamente scorretto, sempre e dovunque, un vero e proprio terrorista del mondo classico della letteratura italiana e che ancora una volta qui a Palazzo Valentini, siamo nel cuore storico di Roma Capitale, tra Via del Corso e Piazza Venezia, non usa mezzi termini per raccontare le beghe dei premi letterari e di certe carriere maturate all’ombra dei soliti salotti noti, dove la poesia alta, quella vera, quella che fa lui, difficilmente entra e alberga.

E’ così ancora vivo l’uomo, così forte nello spirito, così plateale rumoroso, e affascinante che trovo il coraggio di chiedergli di poter fare una fotografia con lui. Mi mancava questo scatto, e ci tenevo tantissimo ad averlo tra i miei ricordi più importanti. Quando lo avevo incontrato la prima volta non avevo trovato il coraggio di chiederglielo, e lui qui a Palazzo Valentini, che è il palazzo storico della Provincia di Roma, approfitta dell’invito che gli è stato fatto dai Calabresi Capitolini per parlare del dialetto calabrese, di questa lingua madre, così come la chiama il critico d’arte Rosario Sprovieri -è sua l’intuizione di un dibattito sul dialetto- che accompagna volenti o nolenti la vita di ognuno di noi.

Il dialetto è vita, dice il grande Dante Maffia, il dialetto è rinascita, il dialetto è tradizione e storia d famiglia, il dialetto è solitudine e intimità insieme, il dialetto è più che l’italiano. Una lezione magistrale la sua, davanti ad un pubblico attento e numeroso, assetato di sapere di più sulla lingua delle origini e che i nostri nonni parlavano correntemente in ogni momento della loro vita.

Per Dante Maffia è l’ennesima festa del ritorno a casa, lui che nato a Roseto Capo Spulico alla fine è finito per stabilirsi definitivamente a Roma, ma usa questa ricorrenza e questa festa dei Calabresi Capitolini come un viaggio all’indietro nel tempo per ricordare a sé stesso “da dove provengo” e dove mi piacerebbe ora arrivare. Un trionfo per lui questa serata tutta romana, dove il grande scrittore e poeta calabrese ha appena il tempo sufficiente per far capire quante emozioni la poesia e il dialetto gli hanno regalato per tutta la vita, e quante altre cose avrebbe potuto raccontarci se avesse avuto più tempo per farlo.

Che classe ragazzi! Prima di salutarci regala a me e al direttore di Calabria Live Santo Strati l’ultimo suo libro, il titolo è “Il suicidio, lo stupro e altre notizie”, edito da Whitefly Press, “Una sorta di tabloid -scrive nella sua prefazione Gabriella Montanari- in cui Dante Maffia piega la cronaca nera ai nodi della poesia, entrando e uscendo dalla notizia, sfidando i luoghi comuni. Dante Maffia fagocita vicende di brutalità quotidiana, le sviluppa dal punto di vista della vittima o del carnefice (non certo del cronista) e ne fa spunto di riflessione e autoanalisi per il lettore-spettatore. In definitiva Maffia consente alla poesia di fare finalmente notizia”.

Un pugno nello stomaco questo suo nuovo libro di poesie dedicate a storie di violenza e di soprusi ma è grazie alla poesia che lo scrittore scova “frammenti di luce anche dove il neri sembra essere la tinta dominante”.

90 anni meravigliosamente ben portati, con una fierezza che non è un luogo comune, con un timbro di voce che assomiglia molto a quello di un doppiatore del cinema, con una capacità di narrazione che fanno di lui un interprete privilegiato del momento storico in cui viviamo, e la cosa che più colpisce con una consapevolezza del suo carisma letterario da renderlo a tratti anche supponente e saccente, ma questo è il vero Dante Maffia che ho avuto il privilegio di conoscere e di amare.

È il poeta e scrittore calabrese segnalato da Leonardo Sciascia e Aldo Palazzeschi e che con Dario Bellezza lo ritenevano “uno dei più felici poeti dell’Italia meridionale”. Giudizio poi condiviso da scrittore e intellettuali come Magris, Bodei, Ferroni, Pontiggia, Brodskiy, Vargas Llosa, Dario Fo e lo stesso Borges. È il poeta e scrittore calabrese tradotto in diciotto lingue diverse, dopo aver vinto premi come Montale, Gatto, Stresa, Viareggio, Alvaro, Rhegium Iulii, Matteotti, Camaiore, Tarquinia Cardarelli, Circe Sabaudia, Alda Merini ed Eminescu.

È il poeta e scrittore calabrese a cui nel 2004 Carlo Azegio Ciampi, Presidente della Repubblica gli consegna a nome della Repubblica Italiana la Medaglia d’Oro per meriti Culturali, ed è lo scrittore e poeta calabrese che il Consiglio Regionale della Calabria, le Fondazioni Guarasci, Spinelli, Farina, Di Liegro e Crocetta lo hanno poi candidato al Premio Nobel per la Letteratura. Identica richiesta è arrivata per lui dall’Università di Cracovia, dopo una Laurea Honoris Causa dalla Università Pontificia.

Ecco chi è stato il vero principe della serata romana dedicata al dialetto e alla poesia, e che forse avrebbe meritato un’attenzione diversa e uno spazio più adeguato alla sua storia per raccontare meglio e senza rincorrere sé stesso la magia della poesia dialettale della sua terra.

Ad introdurlo è stato un bellissimo docufilm della giornalista Elisabetta Mirarchi interamente dedicato ai dialetti calabresi, una perla del giornalismo televisivo di questi anni, trasmesso dagli Speciali del TG1 e che ha riempito la sala di emozioni e di suggestioni forti con il racconto dettagliato e appassionato dei tanti intellettuali calabresi che nel silenzio delle loro case di provincia studiano e pubblicano dizionari dialettali che fanno invidia al mondo delle tradizioni popolari di tutto il mondo.

Sono Gregorio Capano, Enrico Armogida, Michele De Luca, Gregorio Celia, e Domenico Minuto. E uno di loro, il meno giovane, era in sala insieme a noi l’altra sera a Roma, altro monumento della cultura calabrese, il prof. Vincenzo Squillacioti che a 93 anni compiuti dirige ancora “La Radice” un periodico “scritto per tutti i badolatesi del mondo” e che lui realizza tutto da solo da oltre 30 anni a questa parte, ma dopo aver scritto un vocabolario in dialetto calabrese di oltre 1800 pagine, una risorsa di un valore immenso.

Erano anni che lo rincorrevo, e credo ormai di sapere tutto di lui attraverso la rivista che lui dirige e che io ricevo puntualmente a casa, e quando ho saputo che era in sala con noi ho chiesto anche a lui il privilegio di uno scatto fotografico, in ricordo di una bellissima serata romana tra amici e figli di Calabria. Dimenticavo un dettaglio, e cioè di ringraziare la madrina della serata, l’avvocato Maria Rosaria Bruno, straordinaria padrona di casa, ma a cui è toccato il compito ingrato di chiudere di corsa il dibattito perché i tempi si erano ormai ristretti troppo. Un vero peccato.

 


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