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Domenica il Paese africano sceglierà il nuovo capo dello Stato, che resterà in carica fino al 2033. Il ministro delle Finanze uscente punta alla vittoria in un clima di scarso entusiasmo popolare e opposizioni frammentate.
Domenica il Paese africano sceglierà il nuovo capo dello Stato, che resterà in carica fino al 2033. Il ministro delle Finanze uscente punta alla vittoria in un clima di scarso entusiasmo popolare e opposizioni frammentate.
Dopo un decennio dominato dalla figura di Patrice Talon, il Benin si prepara a tornare alle urne domenica 12 aprile per eleggere il nuovo capo dello Stato in un contesto segnato da una profonda stabilità istituzionale e dal tracciato della continuità.
L’attuale ministro delle Finanze, Romuald Wadagni, si presenta come il grande favorito e l’erede designato della maggioranza composta dall’Unione progressista per il rinnovamento e dal Blocco Repubblicano, dato che Talon ha raggiunto il limite costituzionale dei due mandati.
A sfidarlo ci sarà unicamente l'ex ministro della Cultura Paul Hounkpè, in una competizione che vede le principali forze di opposizione, come i Democratici, di fatto escluse dalla corsa per il mancato raggiungimento del numero minimo di sponsor politici necessari alla candidatura.
Grazie alla riforma costituzionale dello scorso novembre, il nuovo mandato presidenziale avrà una durata di sette anni, garantendo al vincitore la guida del Paese fino al 2033.
Il profilo di Wadagni è quello di un tecnico di caratura internazionale con una lunga esperienza nello studio Deloitte, ed è considerato il principale architetto della recente crescita economica del Paese, che ha fatto registrare tassi superiori al 5% annuo.
Durante il suo incarico al Ministero delle Finanze, iniziato nel 2016, ha stabilizzato il debito pubblico e accreditato il Benin sui mercati internazionali come partner affidabile, mantenendo una posizione geopolitica pragmatica aperta sia agli Stati Uniti che alla Francia.
Nonostante questi successi finanziari, secondo quanto fa sapere Tv5 Monde, a Cotonou il clima elettorale appare sottotono e la popolazione sembra mostrare un certo disinteresse per una consultazione dall’esito che appare già scritto.
Anche il ricordo del tentato golpe dello scorso dicembre sembra essere stato assorbito rapidamente dai cittadini, che alle legislative di gennaio hanno consegnato alla coalizione presidenziale la totalità dei seggi. Il futuro presidente dovrà tuttavia affrontare sfide cruciali, in particolare sul fronte della sicurezza nel nord del Paese, dove la pressione dei gruppi jihadisti si fa sempre più intensa.
Questo scenario richiede una gestione delicata dei rapporti con i vicini Niger e Burkina Faso, attualmente guidati da giunte militari filorusse e spesso ostili alla linea filo-occidentale tenuta finora dal Benin. Wadagni ha già promesso di voler riaprire il dialogo con Niamey, un passo necessario non solo per la cooperazione militare ma anche per la stabilità economica regionale. Il regolare funzionamento dell'oleodotto che collega i giacimenti nigerini di Agadem al porto beninese di Sèmè-Kpodji resta infatti vitale per lo sviluppo energetico dell'area, sebbene sia stato spesso condizionato dalle tensioni diplomatiche tra i due governi.
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