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Il presidente Orsini chiede Eurobond e mercato unico dell'energia per frenare l'impennata dei costi. Tajani ammette: "Serve una svolta a Bruxelles, ma le nostre imprese vinceranno anche questa sfida".
Il presidente Orsini chiede Eurobond e mercato unico dell'energia per frenare l'impennata dei costi. Tajani ammette: "Serve una svolta a Bruxelles, ma le nostre imprese vinceranno anche questa sfida".
La guerra in Iran minaccia direttamente la stabilità economica dell'Italia, mettendo a serio rischio la crescita del Pil nazionale per il 2026.
È questo il grido d'allarme lanciato da Confindustria, che attraverso un appello congiunto a maggioranza e opposizione richiama alla "responsabilità politica condivisa in Italia come in Europa" per arginare le ricadute di un conflitto che potrebbe protrarsi per l'intero anno.
Il presidente di viale dell'Astronomia, Emanuele Orsini, è stato perentorio sulla necessità di intervenire con urgenza: “Serve fare presto, preparare misure incisive e forti”, citando strumenti come l’Eurobond o la creazione di un mercato unico dell’energia.
Una linea condivisa dal ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, il quale ha ammesso la necessità di una svolta a Bruxelles per completare l'unione bancaria e l'armonizzazione fiscale: “Dobbiamo avere il coraggio di imprimere una svolta anche a Bruxelles. Lo dice il più europeista del governo, ma lì ci sono dei cambi di marcia da fare”.
Il quadro delineato dal Centro Studi di Confindustria è preoccupante e prevede una revisione al ribasso della crescita dal +0,7% al +0,5% anche nell'ipotesi di una fine immediata delle ostilità.
Gli scenari peggiori ipotizzano invece la stagnazione se la guerra dovesse durare fino a giugno o addirittura la recessione se il conflitto si trascinasse fino a dicembre.
Ad aggravare la situazione è l'impennata dei costi energetici: se la crisi arrivasse all'estate, le imprese manifatturiere italiane subirebbero un aggravio di 7 miliardi di euro in bolletta, cifra che potrebbe schizzare a 21 miliardi nello scenario più critico, portando l'incidenza dell'energia sui costi totali dal 4,9% al 7,6%.
Anche sul fronte petrolifero i timori sono elevati, poiché la chiusura dello Stretto di Hormuz comporterebbe la perdita di 6-7 milioni di barili al giorno; una volta esaurite le riserve strategiche disponibili per circa undici mesi, il prezzo del greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile, innescando una crisi economica globale.
Nonostante queste proiezioni drammatiche, Tajani ha voluto chiudere con un messaggio di fiducia nel sistema produttivo italiano: “Ce la faremo nonostante tutto, perché ce l’abbiamo sempre fatta, perché ci siete voi; abbiamo un tessuto imprenditoriale in grado di affrontare tutte le sfide e vincerle”.
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