
- Prima Notizia
- Domenica 19 Aprile 2026
San Carlo, lo scandalo riapre il dossier riforme: Sangiuliano rivendica la linea del rigore
L’ex ministro della Cultura, oggi capogruppo di Fratelli d’Italia nel Consiglio regionale della Campania, torna al centro del dibattito mentre l’inchiesta sulla passata gestione del Teatro San Carlo riaccende il tema di regole, limiti e trasparenza nella guida dei grandi enti culturali.
L’inchiesta che ha investito la precedente governance del Teatro San Carlo di Napoli, con ipotesi di reato che nelle ricostruzioni giornalistiche vanno da truffa, peculato e falso, e che non riguarda l’attuale gestione, ha riportato in primo piano una questione che è insieme amministrativa, culturale e politica: chi guida i grandi teatri italiani deve rispondere non solo del prestigio artistico, ma anche della correttezza dei comportamenti e della trasparenza delle scelte.
In questo quadro riemerge con forza la figura di Gennaro Sangiuliano, già ministro della Cultura e oggi capogruppo di Fratelli d’Italia in Campania, che da ministro aveva aperto un fronte delicato sulla governance degli enti culturali, provando a introdurre un limite di età a 70 anni per i soprintendenti. Quella scelta fu accolta con dure polemiche, ma lo stesso Sangiuliano ha rivendicato in questi giorni quella battaglia con parole nette: “La redazione unica mi massacrò quando da ministro avevo osato introdurre un limite di età a 70 per i soprintendenti”.
Il senso politico di quella presa di posizione oggi appare più chiaro di ieri. Non perché un’indagine debba trasformarsi in una sentenza anticipata, cosa che in uno Stato di diritto sarebbe inaccettabile, ma perché lo scandalo esploso attorno al San Carlo conferma quanto fosse fondato il bisogno di regole più severe, controlli più rigorosi e criteri meno opachi nella gestione delle grandi istituzioni culturali.
“Sono un garantista e non accuso alcuno”, fino alla riflessione finale secondo cui “i fatti, forse, mi danno ragione, ha detto Sangiuliano”.
È una linea che tiene insieme prudenza e rivendicazione politica, perché da un lato rifiuta ogni giustizialismo, ma dall’altro sottolinea come alcune sue intuizioni sulla necessità di riformare il sistema culturale italiano fossero tutt’altro che campate in aria.
Del resto, il caso San Carlo tocca un nervo scoperto della politica culturale nazionale. Per anni, ogni tentativo di intervenire su nomine, permanenze, limiti e assetti consolidati è stato spesso dipinto come un attacco ideologico o come una forzatura, mentre oggi proprio il clamore dell’inchiesta costringe a rileggere quelle proposte in una luce diversa, più concreta e meno polemica.
Sangiuliano, giornalista di lunga esperienza e poi ministro, dopo le dimissioni è tornato al lavoro in Rai e successivamente è approdato nel Consiglio regionale campano, dove continua la sua attività politica. La traiettoria pubblica dell’ex ministro si intreccia così con una rivincita tutta politica e culturale: aver compreso prima di altri che il sistema dei grandi enti non poteva più essere lasciato all’automatismo delle consuetudini e che serviva, invece, una stagione di responsabilità, ricambio e verifica.
Alla luce di quanto sta emergendo sul San Carlo, il giudizio sull’operato di Sangiuliano merita dunque di essere riconsiderato senza pregiudizi. Le sue scelte possono essere state divisive, ma il punto che oggi torna con forza è un altro: la cultura italiana, per restare autorevole, deve essere anche irreprensibile nelle procedure, nei conti e nella qualità della sua classe dirigente.
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