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Teheran deride le aperture diplomatiche della Casa Bianca e minaccia la flotta USA nel Golfo. Mentre il Pentagono invia altri 2.000 paracadutisti d'élite, spuntano le condizioni per un difficile accordo in 15 punti.
Teheran deride le aperture diplomatiche della Casa Bianca e minaccia la flotta USA nel Golfo. Mentre il Pentagono invia altri 2.000 paracadutisti d'élite, spuntano le condizioni per un difficile accordo in 15 punti.
La tensione nel Golfo Persico raggiunge livelli critici mentre la Marina iraniana lancia un avvertimento diretto agli Stati Uniti, minacciando di colpire la portaerei USS Abraham Lincoln.
Il contrammiraglio Shahram Irani è stato categorico nelle sue dichiarazioni riportate dai media internazionali: “Seguiamo da vicino la portaerei Lincoln e la colpiremo immediatamente non appena entrerà nel nostro raggio di tiro”.
Questo clima di scontro frontale viene alimentato anche dai vertici militari di Teheran, che hanno deriso apertamente i tentativi diplomatici attribuiti a Donald Trump. Il portavoce Ebrahim Zolfaghari, commentando le indiscrezioni sui colloqui, ha schernito Washington chiedendo provocatoriamente: “Siete arrivati a negoziare con voi stessi?”.
Lo stesso Zolfaghari ha ribadito l'indisponibilità al compromesso affermando che “la nostra prima e ultima parola è stata la stessa fin dal primo giorno e resterà tale: gente come noi non verrà mai a patti con gente come voi. Né ora, né mai”, liquidando le proposte americane come promesse vuote e definendo la strategia statunitense un fallimento.
Mentre la retorica si infiamma, il Pentagono risponde con i fatti, ordinando il dispiegamento di circa 2.000 soldati dell’82^ Divisione Aviotrasportata. Questi militari della "Forza di Risposta Immediata" hanno il compito di “fornire al Presidente Trump ulteriori opzioni militari, mentre valuta una nuova iniziativa diplomatica con l’Iran”.
Con l'aggiunta di queste truppe d'élite e dei Marines già in rotta verso la regione, il contingente di terra inviato nell'area dall'inizio delle ostilità sfiora ormai le 7.000 unità.
Nonostante i movimenti di truppe, i canali diplomatici sotterranei restano attivi attraverso intermediari mediorientali, ma le posizioni appaiono distanti. Secondo il Wall Street Journal, Teheran pretenderebbe risarcimenti per gli attacchi subiti, la revoca totale delle sanzioni e la chiusura di tutte le basi USA nel Golfo, oltre a garanzie sulla fine delle operazioni israeliane contro Hezbollah. Tra le richieste più ambiziose figurerebbe anche il diritto di riscuotere pedaggi nello strategico Stretto di Hormuz.
Di contro, il piano in 15 punti attribuito agli Stati Uniti imporrebbe all'Iran lo smantellamento del programma nucleare e la fine del sostegno ai gruppi regionali, condizioni che la Repubblica Islamica continua a respingere fermamente.
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