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L’assistenza primaria vacilla sotto il peso di un deficit strutturale che coinvolge quasi tutto il territorio nazionale. Con un’emorragia di professionisti inarrestabile e una popolazione sempre più anziana, il diritto alla salute di prossimità rischia il definitivo tramonto. Lombardia e Veneto le zone più scoperte.
L’assistenza primaria vacilla sotto il peso di un deficit strutturale che coinvolge quasi tutto il territorio nazionale. Con un’emorragia di professionisti inarrestabile e una popolazione sempre più anziana, il diritto alla salute di prossimità rischia il definitivo tramonto. Lombardia e Veneto le zone più scoperte.
La rete dei medici di fiducia in Italia sta scomparendo, lasciando milioni di assistiti senza un punto di riferimento sanitario sul territorio. Il monitoraggio della Fondazione Gimbe evidenzia una carenza complessiva di oltre 5.700 medici di famiglia, un fenomeno che colpisce 18 regioni su 20.
Tra il 2019 e l'inizio del 2026, il sistema ha perso migliaia di unità, mentre l'orizzonte del 2028 appare drammatico a causa di un'ondata di pensionamenti che coinvolgerà più di ottomila camici bianchi. Questa crisi si scontra con una realtà demografica profondamente mutata, dove l'aumento della vita media genera bisogni assistenziali complessi e continuativi.
L'analisi territoriale rivela una crisi profonda, specialmente nei grandi centri. La Lombardia registra il dato più allarmante con una carenza di 1.540 professionisti, seguita dal Veneto con 747 posizioni scoperte e dalla Campania a quota 643. Anche l'Emilia-Romagna con 502 unità mancanti, il Piemonte con 463, la Toscana con 394 e il Lazio con 358 mostrano segnali di forte sofferenza. Al contrario, la situazione appare in equilibrio solo in Basilicata, Molise e Sicilia, dove non si rilevano attualmente carenze sistemiche.
Sulla difficoltà di quantificare con precisione il fenomeno, Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, precisa: "Al primo gennaio 2025 è possibile solo stimare la media regionale delle carenze, perché il fabbisogno reale viene definito dalle singole ASL nei rispettivi ambiti territoriali".
Il vertice della Fondazione critica inoltre la staticità dei modelli organizzativi: "I criteri per definire il numero massimo di assistiti per medico, inoltre, non hanno mai tenuto conto dell'invecchiamento della popolazione".
I dati rivelano una pressione insostenibile sui professionisti superstiti, con carichi di lavoro che superano i 1.500 pazienti per medico nelle aree più critiche. Tale saturazione nasce da una programmazione definita carente per decenni. "Per anni", chiarisce Cartabellotta, "non è stato garantito il ricambio generazionale rispetto ai pensionamenti, che tra il 2025 e il 2028 saranno 8.180".
Il settore soffre inoltre di una perdita di appeal: tra pensionamenti anticipati e la mancata copertura delle borse di specializzazione, il saldo resta pesantemente negativo. Nemmeno le ipotesi più rosee sembrano poter sanare la ferita nel breve periodo. Cartabellotta avverte infatti che, anche a pieno regime formativo e lavorativo, "le nuove leve non riuscirebbero comunque a coprire i pensionamenti attesi e le carenze stimate al primo gennaio 2025, con un gap di oltre 2.700 professionisti".
Di fronte a un'emergenza che non può più essere arginata con deroghe o innalzamenti dell'età lavorativa, il presidente conclude che la crisi "va affrontata alla radice con una riforma organica", puntando verso il nuovo modello delle Case della Salute.
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