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Mentre esplosioni e droni scuotono l'ambasciata americana a Baghdad, il Presidente USA chiude le porte alla cooperazione atlantica: "L'assistenza degli alleati è inutile". Nel frattempo, i soldati ucraini esperti in guerriglia tecnologica arrivano in Medio Oriente per contrastare i droni di Teheran.
Mentre esplosioni e droni scuotono l'ambasciata americana a Baghdad, il Presidente USA chiude le porte alla cooperazione atlantica: "L'assistenza degli alleati è inutile". Nel frattempo, i soldati ucraini esperti in guerriglia tecnologica arrivano in Medio Oriente per contrastare i droni di Teheran.
Il legame tra Washington e il blocco atlantico subisce un colpo forse definitivo. Attraverso la piattaforma Truth, Donald Trump ha isolato politicamente gli alleati storici, affermando senza giri di parole di "non aver più bisogno della loro assistenza militare".
Il leader della Casa Bianca ha criticato aspramente l'atteggiamento della NATO, sostenendo che i partner "non fanno nulla per noi, in particolare nel momento del bisogno". Per il tycoon, l'unico supporto reale per blindare lo Stretto proviene da Israele e dalle potenze regionali come Arabia Saudita, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, arrivando alla conclusione che "non ci serve l'aiuto di nessuno".
Nonostante il dispiegamento di truppe nel quadrante iraniano, Trump ha ostentato sicurezza respingendo i paragoni con i fallimenti del passato: "Non ho paura di un altro Vietnam". Il Presidente ha poi delineato la strategia temporale di un conflitto che non accenna a spegnersi immediatamente, precisando che gli Stati Uniti "non sono ancora pronti per finire" l'offensiva, ma che il traguardo sarà raggiunto "nel prossimo futuro, molto presto".
Il conflitto si complica ulteriormente con l'ingresso di nuovi attori internazionali. Il leader ucraino Volodymyr Zelensky ha ufficializzato l'invio di circa 200 militari d'élite nel Golfo, esperti nell'abbattimento di velivoli senza pilota, per contrastare la reazione iraniana.
La necessità di tali competenze è stata confermata dall'attacco subito poche ore fa dalla sede diplomatica statunitense a Baghdad, dove un funzionario ha denunciato che "l'ambasciata è stata bersaglio di un attacco con droni e razzi". Le difese aeree hanno illuminato il cielo della capitale irachena per intercettare i proiettili, mentre un incendio causato da un drone ha colpito le immediate vicinanze del perimetro di sicurezza americano.
Il Capo dello Stato francese Emmanuel Macron ha gelato le pretese dei partner internazionali asserendo in modo ufficiale: "La Francia non prenderà parte alle operazioni per liberare lo Stretto di Hormuz". Una condotta improntata alla massima cautela che posticipa qualunque azione a contesti più favorevoli: "La Francia si terrà pronta a partecipare alle scorte navali quando la situazione sarà più tranquilla. La Francia non ha scelto questa guerra e non vi partecipa".
Sul versante bellico, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha documentato tramite un filmato una ferita mortale inferta ai quadri direttivi iraniani: "Abbiamo eliminato Ali Larijani, il boss dei Guardiani della Rivoluzione, il gruppo di gangster che de facto governa l'Iran e insieme a lui anche il capo della Forza Basij che diffonde il terrore tra la popolazione iraniana".
L'esponente del governo di Tel Aviv ha in seguito chiarito la finalità politica della missione: "Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino".
Nello stesso momento, l'Idf ha diffuso un allarme rosso per il settore settentrionale: "L'Idf ha dichiarato di aver individuato un'intensificazione dei preparativi da parte di Hezbollah per lanciare pesanti attacchi missilistici nelle prossime ore, e ha esortato la popolazione a rimanere in allerta". Le forze di difesa hanno motivato la trasformazione dei protocolli informativi: "L'esercito ha dichiarato di aver scelto di avvisare il pubblico in anticipo, dopo essersi astenuto dal farlo durante la precedente escalation dei giorni scorsi. Il comando Nord sta lavorando per sventare gli attacchi pianificati attraverso raid aerei e bombardamenti da terra, oltre alla sorveglianza dei comandanti di Hezbollah e ad altre misure che per ora non sono state riferite".
Il caos travolge parimenti gli apparati di sicurezza d'Oltreoceano. Joe Kent, responsabile del Nucleo per la lotta al terrorismo negli USA, ha abbandonato l'incarico pubblicando una nota di aspra critica: "Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana".
Lo Stato ebraico ha inferto una scossa devastante alle gerarchie della Repubblica Islamica nella diciottesima giornata di ostilità, sferrando una vasta serie di incursioni aeree simultanee contro i centri nevralgici della capitale iraniana e i presidi di Hezbollah nel cuore di Beirut.
Il titolare della Difesa, Israel Katz, ha reso noto il decesso di Ali Larijani, influente coordinatore del Consiglio per la sicurezza nazionale, e di Gholamreza Soleimani, al comando delle formazioni Basij, precisando durante un comunicato insieme ai quadri dell'esercito che i due dirigenti hanno raggiunto il promotore dei piani bellici Ali Khamenei e l'intera compagine del fronte avversario negli abissi dell'ignominia.
Larijani, ritenuto la figura più carismatica del sistema politico e reggente effettivo dopo il trapasso del predecessore, è stato neutralizzato in una residenza protetta a Teheran insieme alla prole, a seguito di una manovra tattica posticipata di un giorno per massimizzarne l'efficacia. Le forze di difesa hanno rimarcato come Soleimani fosse l'artefice delle operazioni repressive contro il dissenso interno, definendo l'azione un successo strategico senza precedenti.
Sotto il profilo dei rapporti internazionali, la postura di Teheran rimane di totale intransigenza: stando a quanto diffuso dall'agenzia Reuters attraverso una fonte ministeriale protetta, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha declinato ogni ipotesi di allentamento della morsa o di sospensione delle attività belliche avanzata da intermediari esteri, sostenendo che non sussistano i presupposti per una tregua finché gli Stati Uniti e Israele non saranno stati soggiogati, non avranno ammesso il fallimento e non avranno versato le riparazioni richieste.
Malgrado l'annuncio della scomparsa, i canali digitali legati a Larijani hanno diffuso una nota attribuita all'esponente in cui veniva reso omaggio ai caduti della Marina, indicati come pilastri immortali destinati a sorreggere l'impalcatura militare nazionale negli anni a venire.
Nel frattempo, l'ex componente del gabinetto israeliano Ron Dermer ha ammesso ai microfoni di Ynet di aver accettato l'incarico conferitogli da Netanyahu per gestire i colloqui con le istituzioni libanesi, riferendo di aver avviato dei passi avanti verso una possibile risoluzione diplomatica, pur avvertendo che qualunque compromesso richiederà obbligatoriamente il disarmo delle milizie di Hezbollah, per non minare la stabilità di Tel Aviv.
La spirale di violenza coinvolge ormai l'intera macro-regione: sempre la Reuters riferisce che numerose cancellerie del Golfo starebbero incitando Washington a non attenuare la pressione sull'Iran, convinte che Teheran abbia infranto ogni limite di tolleranza. Abdulaziz Sager, alla guida del Gulf Research Center, ha chiarito che l'iniziale contrarietà dei Paesi vicini al conflitto è mutata in una classificazione dell'Iran come nemico dopo gli attacchi subiti.
Tre diverse fonti citate dal servizio giornalistico indicano che Donald Trump stia sollecitando le nazioni dell'area a schierarsi apertamente nello scontro per consolidare il consenso globale attorno alla sua strategia. Tale orientamento trova però l'opposizione dell'Australia, con la responsabile dei trasporti Catherine King che ha escluso l'invio di naviglio bellico verso Hormuz.
Mentre la Cina valuta i dettagli forniti dagli USA sulla sicurezza dei transiti e Macron indice una consultazione d'urgenza a Parigi, la cronaca bellica registra vittime civili ad Abu Dhabi per la caduta di frammenti missilistici, esplosioni nel compound diplomatico statunitense a Baghdad per l'azione di droni e l'annuncio, da parte dell'intelligence delle Guardie, della cattura di dieci agenti segreti stranieri accusati di spionaggio industriale e politico.
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