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L’offensiva energetica in Medio Oriente spinge il Brent sopra quota 116 dollari: Milano arretra del 2,2% trascinata dal tonfo delle torri e dalle incertezze monetarie.
L’offensiva energetica in Medio Oriente spinge il Brent sopra quota 116 dollari: Milano arretra del 2,2% trascinata dal tonfo delle torri e dalle incertezze monetarie.
Il precipitare della crisi in Medio Oriente scatena un terremoto finanziario che travolge le piazze del Vecchio Continente, schiacciate tra il rincaro dei combustibili e l'aggravarsi del quadro bellico.
La nuova direttrice del conflitto in Iran, segnata dalle operazioni mirate di Washington e Tel Aviv contro i siti estrattivi di Teheran, ha proiettato il Brent oltre i 116 dollari al barile con un incremento dell’8,19%, mentre la variante WTI si attesta a 97 dollari segnando un più modesto +0,9%.
Parallelamente, il comparto del metano ha registrato una fiammata in avvio di seduta fino a 74 euro per megawattora, per poi assestarsi in area 68 euro, mantenendo comunque un balzo complessivo del 24%.
In questo scenario di alta tensione, Piazza Affari vede il Ftse Mib arretrare del 2,2% a quota 43.761 punti, appesantito dal collasso di Inwit che perde il 20% a causa dei nuovi equilibri tra i giganti delle telecomunicazioni per la gestione delle infrastrutture di rete.
Il pessimismo contagia anche Prysmian (-4,2%), Unicredit (-3,7%) e StM (-3,64%), lasciando a Eni il ruolo di unico baluardo con un guadagno dell’1,67% grazie alla spinta del petrolio.
Non va meglio nel resto d’Europa: Madrid guida i ribassi con un -2,3%, seguita da Francoforte al 2,2%, Londra all'1,68% e Parigi all'1,55%.
Sul fronte dei titoli di Stato, la febbre sale con lo spread Btp/Bund che valica gli 83 punti e il rendimento del decennale italiano che si fissa al 3,8%, mentre il decennale tedesco sfiora la soglia psicologica del 3%. L’instabilità globale era stata anticipata dalla chiusura delle borse asiatiche, dove Tokyo è affondata del 3,38% dopo che la BoJ ha optato per l'immobilismo sui tassi, esprimendo timori sulla dinamica inflattiva.
Anche i listini cinesi e coreani confermano il trend negativo con ribassi superiori al 2%. Mentre l'euro scambia a 1,1450 sul dollaro, gli investitori monitorano con ansia le mosse restrittive della Fed e le prossime comunicazioni della BCE.
In un quadro dominato dalla vendita di asset rischiosi, si registra paradossalmente anche la flessione dei metalli nobili: l'oro arretra del 5% scendendo a 4.700 dollari, mentre l'argento subisce un taglio del 10% stabilizzandosi poco sopra i 70 dollari l'oncia.
Secondo gli osservatori di ActivTrades, il timore principale resta la possibile paralisi produttiva di uno dei fulcri energetici mondiali, ben oltre il semplice blocco del traffico navale nello Stretto di Hormuz.
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